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logo-interclub_pontecagnano“Tant staser perdimm” una voce inconfondibile emerge dal traffico cittadino, nel pieno centro, a pochi passi da piazza Sabbato. Mi giro sapendo già che mi sarei trovato davanti a lui, “Ja Giancà, nun facimm accussì”. Generoso è lì ad arbitrare in maniera simpatica quella discussione, tra i giornali che sembrano desueti e il suo inossidabile desiderio di vita che passa dalla sua gentilezza. Li saluto. Mi giro di nuovo verso Giancarlo e dico “Ma ci vediamo al club?”. Giancarlo mi sorride e svanisce come in una nuvola di smog.

Quella nuvola prende corpo, diventa sostanziosa, densa e al tempo stesso inafferrabile. È il fumo della sigaretta di Antonio. Non è la sua Marlboro rossa. Sembra, piuttosto, un concentrato nebuloso che prende forma con l’incrocio di tante sigarette: quella di Angelo, di Marcello, di Simone, dell’altro Angelo e di quelle zie e di quei nonni che li hanno preceduti. Se sposti quella nuvola dietro ci trovi due particolari: il primo, inevitabilmente sono le mani ingiallite, l’altro sono i segni indelebili delle gioie e dei dolori provocati dalla nostra squadra del cuore. Più o meno profondi. Un tratto distintivo di tutti i vizi e le virtù della mia famiglia. Dentro quei particolari ci sono le passeggiate di mio nonno per scontare le scommesse perse, i viaggi di mio zio nei quali si lasciava a piedi un milanista, le provocazioni di mio padre, gli abbracci con mio fratello, i sorrisi con mio figlio, le delusioni per le sconfitte, le gioie comuni per le vittorie.

Avevo otto anni quando mi sono innamorato per la prima volta. Odiavo le sigarette e soprattutto la scuola, un cliché a cui ti obbligano a rispondere. Indossavo scarpe luminose, con i disegni dei Flintstones, ancora non sapevo che gli americani si divertono a scaraventarti nelle varie epoche per poi trascinarti sempre in un futuro bellico. Il mio taglio di capelli era classico, tutto sommato il caschetto resisteva ad ogni moda. La differenza con gli altri risiedeva nel fatto che masticavo in maniera scoordinata e fuori da ogni regola civile un chewingum nel tentativo di somigliare ad Alvaro Recoba, uruguagio, di professione poeta. Un sodalizio profondo con una terra affascinante e con un popolo straordinario fuori e dentro il rettangolo di gioco. Perché come dice Mujica “L’impossibile richiede un po’ più sforzo, ne esce sconfitto solo chi abbassa le braccia e si rassegna“. In quel periodo provavo a giocare a calcio cercando l’impossibile, l’irraggiungibile, ovvero Luis Nazario Da Lima Ronaldo. La sua sofferenza è stata la nostra sofferenza, la sua gioia la nostra gioia. Perché in fondo con la sua poetica mi ha fatto capire che il riscatto è possibile solo se è connesso agli altri, solo se condiviso e comunemente vissuto. Era il 1997, avevo otto anni e correvo nel corridoio di casa tentando di colpire di testa la parte superiore delle porte. Prima di me, con i lampadari, lo faceva Ivan Zamorano. Maglia larga, calzettoni abbassati e lo sconvolgimento di una storia millenaria come quella dell’aritmetica, perché 1+8 fa Zamorano. Ovvero l’amore in ogni sua singola sfaccettature.

Vado al club ma Giancarlo non c’è. Capisco che quello era solo un sogno, un ricordo di una persona che fai fatica a non voler bene. Sul cartello dell’Inter club c’è il suo nome, perché ricordare una fede, fare memoria di una persona significa disegnare traiettorie inesplorabili lasciando un esempio indelebile. Il club diventa così un concentrato di passioni, un luogo di condivisione e di scambio. Un posto dove ci si sente tutti dalla stessa parte, fino a quando non subisci goal, naturalmente. Il club, dedicato a Giancarlo Coppola e a Daniele Altamura è diventato un posto dove sentirsi a casa, dove ritrovare la propria famiglia, quella di sangue insieme a quella di sorte. Dentro quello spazio c’è tutto: c’è zio Antonio che con la sua intelligenza e la sua franchezza è insuperabile, che non fosse Buonomo potrebbe essere unico (sì c’è un problema seppur in tanti noi Buonomo siamo unici, ognuno a suo modo). C’è Marcello che ci ha iniziato a questa passione, come una fede oltre la fede, che finge di non ricordare i nomi dei calciatori, che di professione fa il provocatore, che aveva anticipato lo spirito del club organizzando, alla fine del secolo, la visione collettiva delle partite a casa nostra. C’è Simone che, pur superando le accuse di occasionalità (è il gioco delle parti) da bambino sognava di diventare Walter Zenga o Pagliuca volando sui sassolini della strada davanti casa. C’è Carlo che sta crescendo con i nostri colori, che si arrabbia, sogna e tenta di toccare le stelle proprio come abbiamo fatto noi.  Ci sono tanti fratelli e sorelle con cui vivere questa straordinaria passione per i nostri colori. Tanti e tante che insieme provano a toccare le stelle nel nome dell’Internazionale. Perché alla fine questa storia è fatta di sogni, di solidarietà, di comunione, di uno spirito comune che prende forma e va oltre il terreno di gioco. Uno stile di vita resiliente e resistente capace di pensare a tutto, nel bene e nel male, di sognare, di disegnare nuovi percorsi di desiderio.

Cinque anni di Inter Club Pontecagnano e per me è un orgoglio essere una piccola parte di un collettivo che spera insieme. L’Inter, la mia città e una famiglia allargata alla ricerca di nuove e avvincenti a sfide. È il passato che si lega al futuro. È il sentire della gioia di un goal, della sofferenza per una sconfitta. È il camminare nella stessa direzione. Qualcuno pensa che vivere il calcio significa tornare bambini. Piuttosto questo rappresenta un processo collettivo verso nuovi sodalizi. L’organizzazione delle trasferte, il sorriso dei grandi e dei bambini, la creazione di piccoli momenti di felicità collettiva sono il segno di un più profondo meccanismo d’amore. Spregiudicato, folle, inarrestabile, denso. L’Inter ci ha insegnato ad amare. L’Inter club è il luogo e lo spazio dove si partecipa a questo amore, non in maniera sacrale, oltre il sacro. Allora buon compleanno Inter Club Pontecagnano. Un primo lustro fantastico. Lunga vita per te. E forza Inter sempre!
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